duecento+uno

31 01 2009

Almeno ci ho provato.

Mi chiedevo se anche stavolta sarebbero bastate quelle duecento parole che ho dedicato alla manciata di Blogoincarichi che mi ha accompagnato per ognuna delle settimane trascorse dal varo di queste pagine digitali.

Duecento parole, ognuna con una sua eredità ed un suo testimone da lasciare.

No, di questo ero sicuro: ci voleva qualcosa di più, eccome.

Eppure, sarebbe bastata una sola parola fra quelle duecento per donare un senso nuovo a ciò che ci è più caro.

In quella parola c’è chi ha avuto finora la passione, e forse la pazienza, di navigare con me.

C’è chi mi ha guidato nella scoperta quotidiana dell’altro.

C’è chi mi ha fatto capire le cose semplici e sentite di questo piccolo, grande, immenso universo di zero ed uno.

C’è chi ha dato e ha ricevuto, e non si è fermato lì.

C’è chi mi ha aperto un senso nuovo, reale, concreto, umano e vissuto della condivisione.

C’è chi mi ha fatto sentire il sapore dei pensieri degli altri.

C’è chi mi ha portato a vedere la frontiera di mondi sconosciuti.

C’è chi mi ha suggerito strade meno solcate, ma il panorama valeva il prezzo del biglietto.

C’è chi ha saputo dare una forma unica ed irripetibile ai propri sogni.

C’è chi continuerà ad accompagnarmi in questo grande viaggio, che inizia soltanto adesso.

A tutte queste persone, al Professor Formiconi, agli amici della Blogosfera comunikattiva, ai miei familiari, ai miei amici vicini e lontani, ai destini incrociati e a quelli mai sfiorati dedico il viaggio che ho visto da un futuro che potrebbe essere bello quanto il presente.

Per il resto, signori miei, ci sono duecento parole più una.

Annunci




RICALCOLO

19 01 2009

“Se ognuno si facesse in cavoli suoi,” ringhiò la Duchessa inviperita, “il mondo girerebbe un po’ più svelto”.

“Il che non ci porterebbe affatto avanti,” disse Alice, felice di poter esibire un assaggio della sua cultura.

(Alice nel Paese delle Meraviglie, cap. VI)

Ricordo con una punta di serena nostalgia l’ammonimento della mia Professoressa di Lettere delle scuole medie: mai, mai e poi mai usare frasi fatte nei temi, perchè esprimono un pensiero più consumato della suola delle scarpe.

Magari ci sarete cascati anche voi: chi non ha mai concluso il suo pensierino con quello stanco ma felice piazzato per occupare qualche centimetro lineare del quaderno a righe dopo il resoconto dell’ennesima gita di classe?

Ed è solo un esempio…Ma credo che questo possa calzare, almeno dopo l’impresa matrimoniale che mi sono lasciato alle spalle. Un’esperienza che mi ha dato grandissime soddisfazioni, su tutte quella di aver ritrovato amicizie perse di vista per il moto ondivago degli eventi, ma c’è stata una piccola incidenza che mi ha fatto riflettere sul significato radicale, profondo, umano delle connessioni.

La scena è semplice, ma di effetto: abitacolo di un’automobile, fuori piove a dirotto. Davanti alla macchina in questione, l’auto degli sposi sfreccia fra le curve fino a perdere persino gli addobbi floreali che oscillavano sul cofano; il tempo di fermarsi, salvare il salvabile da quelle rose così belle sotto un cielo così bigio e poi si riparte.

C’è da fare ancora tanto, e mio padre lo sa. Lo sa meglio di me, perchè nel suo andirivieni di calcoli strategici sa che ci sono ancora le foto, le feste, i brindisi, le tavolate, le bomboniere, le torte e lo spumante, gli scherzi, il karaoke, i baci, gli abbracci, le strade percorse avanti e indietro fino a casa.

E’ sempre così, ma a me va bene.

Dicevamo: c’è una strada, e tante deviazioni si diramano da quel tappeto di asfalto tamburellato da una pioggia incessante. In fondo a quella strada, da qualche parte, c’è Civitella. E’ là che gli sposi, negli strapuntini infinitesimali di tempo tra un anello scambiato ed un piatto servito, tenteranno di scattare una manciata di foto, sempre che le nuvole lo consentano.

E qui arriva il momento topico, quello che, talvolta, non è nemmeno così evidente: mio padre attiva il navigatore satellitare.

Ora, l’idea di essere mappato dall’orbita mi lascia un attimo sulle spine, non fosse altro che, a questo mondo, diventa sempre più difficile perdersi. Eppure, direte voi, un navigatore satellitare dovrebbe evitare tutto questo.

Non sempre va a finire così…Non in questo caso, almeno.

Perchè,  a un certo punto, quella strada cominciò a divergere dai segnali del satellite. L’autista degli sposi conosceva quelle mappe mentali meglio di noi, e noi non potevamo che fidarci: stavamo camminando sullo stesso sentiero e verso il medesimo obiettivo, e sarebbe stato assurdo dubitarne.

Ma, per quella piccola diavoleria gps, non andava bene nulla: avevamo contraddetto la sua linea di principio, e speravamo che la rivolta tecnologica non fosse davvero alle porte.

E così, mentre proseguivamo su quelle stradicciole acciottolate, il navigatore continuava a ricalcolare il tragitto perfetto con quella voce roboticamente suadente che ci invitava a cambiare senso di marcia, ad invertire la rotta, a tornare su strade più sensate.

Tant’è…Ci siamo arrivati.

Foto scattate, sorrisi impressionati, fiori lanciati.

E tutto il resto.

Io e mio padre non abbiamo fatto altro che seguire le briciole di pane lasciate da quell’autista, abbiamo tracciato il suo schema immaginifico di incroci e deviazioni, e siamo arrivati lo stesso.

Magari il navigatore ci avrebbe proposto una strada migliore, forse più lunga…Eppure siamo giunti ugualmente a destinazione, scoprendo percorsi mai solcati prima.

Alla faccia di chi dice che il web 2.0 ed il social networking sono solo roba virtuale.

trailer di Sideways – in viaggio con Jack (2004, A. Payne)





sulle connessioni

12 01 2009

Questo commento nasce dall’articolo del Prof. Formiconi sul significato umano delle connessioni; ho voluto riportarlo sperando di poter condividere questo frammento di pensieri anche con voi.

“ciò che non conosciamo, lo uccidiamo senza accorgercene” : lo scorso luglio sono stato in Australia, e, visitando l’ammasso roccioso delle Blue Mountains di Sydney, ho assistito ad un documentario cinematografico in cui si narrava la devastante colonizzazione del territorio da parte dell’impero coloniale britannico…e questo, sotto altre forme, perdura anche adesso.
Certo, non parlo di semplice diboscamento e distruzione di risorse (ma è davvero cosa semplice?): mi riferisco alle connessioni sociali tra la popolazione aborigena e gli attuali discendenti dei coloni, o magari dei più recenti immigrati.
Da un lato ho visto una tradizione atavica, immersa nelle radici di un mondo ancestrale; dall’altro altro ho conosciuto di persona un mondo di fredda e tecnologica indifferenza; nel mezzo, la difficile prova del convivere senza voler minimamente conoscere il prossimo – che, per inciso, è la scelta peggiore.

Eppure non serve andare dall’altra parte del mondo per trovare tutto ciò: ogni giorno intravedo questi filamenti volutamente deboli ed apparentemente connessi con questa realtà sempre più sferica, sempre più mediata, sempre più complessa, sempre più articolata…insomma, sempre più.

C’è un film che voglio consigliarvi, e che a suo tempo, nel buio della sala, mi lasciò esterrefatto: si intitola BABEL (regia di A. G. Inarritu), ed è la constatazione, nemmeno troppo velata, di quanto possa essere distruttivo il pandemonio comunicativo attuale.

Cosa ci resta, allora? Certo, per fortuna io ho l’eredità culturale della mia bella famiglia patriarcale (vi basti sapere che il mio nucleo è forse uno degli ultimi che contempla tre generazioni sotto lo stesso tetto), ma ci vuole di più: bisognerebbe assimilare quel sapere, renderlo parte di sé, tradurne i ritmi, sentirne persino il respiro (come del resto fa mio nonno nel suo orticello campagnolo).

Hanno sempre tentato di convincermi che non c’è più tempo per questo, non c’è più spazio per questo, non esiste più nessun modo per fare questo.
Ma tutto questo non può essere vero.

Insomma, il mondo è andato avanti per miliardi di anni fondandosi su un retroterra di connessioni vivide e piene di senso: possibile che, quasi d’un tratto, non ci si renda nemmeno conto del motivo per cui l’essere umano abbia soltanto una bocca e ben due orecchie?
Eppure oggi conta molto il fare, l’operare, l’architettare…E ci si dimentica del profumo del pan di spagna e della nebbia delle montagne, come disse Bilbo Baggins al mago Gandalf.





blogoaggiornamenti

21 12 2008

Dunque, nell’ordine:

– sono riuscito ad inserire nuovamente i video con password per la Redazione di Teoria e Tecnica della Comunicazione Generativa dopo qualche problema tecnico

– ho aggiornato un Blogoincarico inserendo una parte in appendice, della quale vi dedico un assaggino…





nuovo Blogoincarico Tecnologie della Comunicazione Online

20 12 2008

Chiedendo venia per non aver aggiornato il mio blog negli ultimi giorni (l’odissea videomatrimoniale è quasi giunta alla conclusione), arriva un nuovo Blogoincarico dalla fantasmagorica Galassia DuePuntoZero.

E, visto che ci siamo, un assaggino per tutti voi.

trailer di Ogni cosa è illuminata (2005, L. Schreiber)


In realtà, per i miei compagni di viaggio universitario, ho rimesso in sesto la sezione ALTRE ISOLE con i loro blog , e nella barra di navigazione trovate qualcosa di nuovo: si tratta della Redazione del Corso di Teoria e Tecnica della Comunicazione Generativa.





nuovo Blogoincarico Tecnologie della Comunicazione Online

14 12 2008

Stavolta si punta in alto: un nuovo Blogoincarico su misura del web…quello vero.

Per davvero.

trailer di Vero come la finzione (2006, M. Forster)





nuovo Blogoincarico Tecnologie della Comunicazione Online

4 12 2008

A notte inoltrata, una nuova pagina per condividere una manciata di riflessioni sulla moderna Babilonia digitale che risponde al nome di Facebook.

I miei e tutti gli altri pensieri sono anche in questa pagina wiki.

Come al solito, una perla cinematografica a tema: il film è del 2006 e parla, fra le altre cose, del famigerato Echelon.

Quando si dice tracciabilità

tratto da The listening (2006, G. Martelli)