una storia da raccontare

6 04 2009

Un mese e mezzo.

E tanti, troppi motivi.

Qualche strada abbandonata, qualche altro sentiero solcato.

E si torna nella breccia. Come e più di prima.

Voglio condividere con voi questa lettera che ho scritto a tutti i ragazzi che hanno partecipato ai laboratori di cinema sui modelli narrativi del racconto: si tratta di un’introduzione che ho scritto oggi pomeriggio, quasi di getto, di fronte all’immane tragedia di centinaia di vite appese a un filo.

Arezzo, 6 Aprile 2009

Carissimi ragazzi,

vi scrivo questa manciata di righe come anticamera al racconto della grande avventura che abbiamo vissuto assieme, e non posso lasciare scorrere la drammatica evidenza delle notizie che stanno scorrendo proprio adesso sulla mia tv, sullo schermo del mio computer, dalle casse della mia audio e dalle tante voci di amici e familiari che mi circondano.

Ricordo nettamente cosa accadde undici anni fa, quando stavate sbocciando alla vita di questo mondo, lungo quell’autostrada che mi avrebbe portato ad affrontare un periodo difficile ed aspro della mia adolescenza: la mia colonna vertebrale era diversa da tutte le altre, perché accusava problemi genetici dovuti ad una doppia scoliosi quasi incurabile. Per cinque anni ho dovuto convivere, giorno dopo giorno, con un busto ortopedico in vetroresina: immaginatevi un’armatura di plastica abbastanza lunga da percorrere la distanza dal mento alle anche e fasciatevela strettissima intorno alla vita, potreste rendervi conto delle condizioni in cui ho versato.

Ma non sono qui per raccontarvi un’altra storia – giusto per restare in tema con i nostri laboratori –, non fosse altro che quella storia si è conclusa nel migliore dei modi, e porto sempre con me le gioie ed i dolori di quegli anni preziosi: vi stavo descrivendo fra le righe quel che accadde in mezzo ad un’autostrada, qualcosa che mai avrei creduto.

Un sussulto, un’altra scossa e qualcosa che trema in lontananza.

Poi, il silenzio.

Mio padre si sintonizzò sul primo radiogiornale disponibile: un terremoto terrificante aveva colpito la regione dell’Umbria, mettendo in ginocchio decine di paesi e migliaia di vite.

Oggi, a undici anni di distanza, un sisma drammatico mi ha ricordato tutto quel dolore, tutta quella fatica, tutto quel dramma che solcava le rughe dei più anziani e le mani dei più giovani.

Oggi, qualcuno di quegli anziani non c’è più, e qualcuno di quei giovani è cresciuto con il ricordo di una tragedia disastrosa.

Oggi, altre rughe ed altre mani tornano a scavare.

E oggi mia mamma compie quarantotto anni, lei che ora sta vedendo in silenzio decine di famiglie distrutte.

Che siate credenti o meno, sono certo che farete vostro il tesoro della condivisione: tantissimi vostri coetanei si sono trovati d’un tratto senza nessuna storia da raccontare, se non quella che ha visto sgretolare il loro tetto.

Vi porto con me nei gesti e nei pensieri, nei colloqui con i professori di Università e durante le mie lezioni.

Spero vivamente di potervi ritrovare il prossimo anno assieme ai vostri straordinari professori.

Vi saluto di cuore, e con voi tutte le vostre famiglie, i vostri amici e anche coloro che non vi stanno troppo simpatici.

Perché anche loro, di certo, hanno una storia da raccontarvi.

Fraternamente,

Giovanni

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apologia del fuori fuoco

13 02 2009

Chiedo umilmente venia a chi ha incrociato questo blog nei giorni precedenti, trovando latitanti gli abituali articoletti quotidiani, trascurando anche le attività collaterali della blogosfera che mi impegnerò a recuperare.

Purtroppo le mie condizioni fisiche mi hanno preso in contropiede, e mi sono ritrovato con una sinusite tremenda che ha ceduto il passo ad una giornata campale di febbre.

Tutto scorre, in ogni caso: lo diceva Eraclito, ed io ci credo anche oggi.

Giornate di grandi soddisfazioni, in ogni caso: su tutte, i piacevoli e curiosi commenti dei ragazzi delle scuole medie che sto incontrando nei laboratori di cinema che stiamo realizzando sui modelli narrativi di un racconto: questi figlioli di dodici e tredici anni si sono furbescamente insinuati nell’ultimo articolo pubblicato, e non hanno esitato a dire la loro.

Bravi!

Ed anche io ho una storia, breve brevissima, da raccontarvi. Una di quelle storie che rendono vitale qualcosa di apparentemente banale, come due lenti smussate che spingo di tanto in tanto sul bordo del mio naso.

Sarà stata la febbre, la sinusite, il tempo che cambia, la mezza stagione che non c’è più…Ma l’altra sera, quando credevo che l’ennesimo colpo di tosse mi avrebbe steso al tappeto, ho segnato un autogol clamoroso.

Ho spaccato la montatura dei miei occhiali.

Anzi, peggio: mi sono ritrovato le due metà esatte del telaio fra le mani, mentre cercavo di lucidare le lenti affaticate dalle ore passate sopra un progetto di sceneggiatura multimediale.

Panico. Sgomento.

Ed ora?

Dovete sapere che io ho una dipendenza estrema, ai limiti dell’assurdo, per quella manciata di grammi di plastica trasparente che porto con me dal mattino a notte fonda: sono lo specchio del mondo, il fulcro catalizzatore della concretezza, la forma definita di quel che, altrimenti, sarebbe un ammasso di contorni poco definiti.

Insomma, ben presto mi sono ritrovato ad indossare giocoforza un paio di occhiali da sole graduati che tengo da parte giusto per le emergenze…E ho detto tutto.

Ma in quelle ore di disagio – poca cosa, se guardo a quel che succede davvero in questo strano pianeta -, mi sono reso conto che bisognerebbe dare maggior rilievo a quel che ci circonda, alle persone che ci passano accanto, ai pensieri che fluttuano davanti ai nostri occhi senza nemmeno accorgercene.

Certo, è una storia a lieto fine: nuova montatura, stesse lenti, equilibrio ristabilito.

Eppure restava l’ombra di quelle riflessioni serali, quando, tra una puntata di CSI: MIAMI ed un paio di schermate digitali, tutto era ancora più scuro di quelle lenti graduate da sole.

Per stasera, signori miei, niente video.

Vorrei tornare a guardare il mondo.

Ma se siete alla ricerca di qualcosa di insolito, vi offro il poker di filmati sul mio vodpod: c’è una parte della mia adolescenza, in quei fotogrammi futuribili.

Ma questa è davvero un’altra storia…La prossima volta non mancherà di raccontarvela.

La prossima volta, mi raccomando.





Progetto Cinema

14 01 2009

I più attenti di voi, quelli che magari navigano in questo blog per i video didattici dei corsi universitari o per lasciare un commento all’ennesima divagazione possibile del sottoscritto, avranno sicuramente notato una finestrella nero traslucida dal nome forse un po’ polveroso: CINEFORUM.

E’ un termine che non condivido molto, più che altro perché, sebbene in teoria richiami l’idea della condivisione di idee di fronte ad un telo di proiezione, è stato poi abusato senza mezzi termini, diventando, di fatto, un pretesto per piazzare un gruppo di persone davanti allo stesso telo per fargli sorbire chissà quale opera cinematografica.

Non c’è crescita, così, e l’idea di travasare conoscenze mi è sempre sembrata poco costruttiva, persino se si tratta dell’acqua dei vasi comunicanti.

Da sabato prossimo inizierò un ciclo di laboratori telecinematografici sui modelli narrativi di un racconto: potete trovare altre informazioni a riguardo nella pagina del blog che ha lo stesso titolo di questo articolo.

Potrete esplorare anche voi i contenuti che ho inserito nel box di download a fianco di questo articolo, e, se volete, commentare tutto il resto nella pagina del Progetto.

A tutti i ragazzi che incontrerò, ai loro insegnanti e alle loro famiglie voglio dedicare questa mirabile performance del Maestro Ennio Morricone sul tema musicale di uno dei film più intimi, profondi e sentiti sulla vita di celluloide: Nuovo Cinema Paradiso.