RICALCOLO

19 01 2009

“Se ognuno si facesse in cavoli suoi,” ringhiò la Duchessa inviperita, “il mondo girerebbe un po’ più svelto”.

“Il che non ci porterebbe affatto avanti,” disse Alice, felice di poter esibire un assaggio della sua cultura.

(Alice nel Paese delle Meraviglie, cap. VI)

Ricordo con una punta di serena nostalgia l’ammonimento della mia Professoressa di Lettere delle scuole medie: mai, mai e poi mai usare frasi fatte nei temi, perchè esprimono un pensiero più consumato della suola delle scarpe.

Magari ci sarete cascati anche voi: chi non ha mai concluso il suo pensierino con quello stanco ma felice piazzato per occupare qualche centimetro lineare del quaderno a righe dopo il resoconto dell’ennesima gita di classe?

Ed è solo un esempio…Ma credo che questo possa calzare, almeno dopo l’impresa matrimoniale che mi sono lasciato alle spalle. Un’esperienza che mi ha dato grandissime soddisfazioni, su tutte quella di aver ritrovato amicizie perse di vista per il moto ondivago degli eventi, ma c’è stata una piccola incidenza che mi ha fatto riflettere sul significato radicale, profondo, umano delle connessioni.

La scena è semplice, ma di effetto: abitacolo di un’automobile, fuori piove a dirotto. Davanti alla macchina in questione, l’auto degli sposi sfreccia fra le curve fino a perdere persino gli addobbi floreali che oscillavano sul cofano; il tempo di fermarsi, salvare il salvabile da quelle rose così belle sotto un cielo così bigio e poi si riparte.

C’è da fare ancora tanto, e mio padre lo sa. Lo sa meglio di me, perchè nel suo andirivieni di calcoli strategici sa che ci sono ancora le foto, le feste, i brindisi, le tavolate, le bomboniere, le torte e lo spumante, gli scherzi, il karaoke, i baci, gli abbracci, le strade percorse avanti e indietro fino a casa.

E’ sempre così, ma a me va bene.

Dicevamo: c’è una strada, e tante deviazioni si diramano da quel tappeto di asfalto tamburellato da una pioggia incessante. In fondo a quella strada, da qualche parte, c’è Civitella. E’ là che gli sposi, negli strapuntini infinitesimali di tempo tra un anello scambiato ed un piatto servito, tenteranno di scattare una manciata di foto, sempre che le nuvole lo consentano.

E qui arriva il momento topico, quello che, talvolta, non è nemmeno così evidente: mio padre attiva il navigatore satellitare.

Ora, l’idea di essere mappato dall’orbita mi lascia un attimo sulle spine, non fosse altro che, a questo mondo, diventa sempre più difficile perdersi. Eppure, direte voi, un navigatore satellitare dovrebbe evitare tutto questo.

Non sempre va a finire così…Non in questo caso, almeno.

Perchè,  a un certo punto, quella strada cominciò a divergere dai segnali del satellite. L’autista degli sposi conosceva quelle mappe mentali meglio di noi, e noi non potevamo che fidarci: stavamo camminando sullo stesso sentiero e verso il medesimo obiettivo, e sarebbe stato assurdo dubitarne.

Ma, per quella piccola diavoleria gps, non andava bene nulla: avevamo contraddetto la sua linea di principio, e speravamo che la rivolta tecnologica non fosse davvero alle porte.

E così, mentre proseguivamo su quelle stradicciole acciottolate, il navigatore continuava a ricalcolare il tragitto perfetto con quella voce roboticamente suadente che ci invitava a cambiare senso di marcia, ad invertire la rotta, a tornare su strade più sensate.

Tant’è…Ci siamo arrivati.

Foto scattate, sorrisi impressionati, fiori lanciati.

E tutto il resto.

Io e mio padre non abbiamo fatto altro che seguire le briciole di pane lasciate da quell’autista, abbiamo tracciato il suo schema immaginifico di incroci e deviazioni, e siamo arrivati lo stesso.

Magari il navigatore ci avrebbe proposto una strada migliore, forse più lunga…Eppure siamo giunti ugualmente a destinazione, scoprendo percorsi mai solcati prima.

Alla faccia di chi dice che il web 2.0 ed il social networking sono solo roba virtuale.

trailer di Sideways – in viaggio con Jack (2004, A. Payne)

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