Mr Jekyll e Dr House – ovvero, le divergenze parallele

12 12 2008

La meraviglia, e insieme la grande dote, delle serie televisive di qualità è la fidelizzazione.

Insomma, quel meccanismo geniale, talvolta subdolo e perverso, grazie al quale, prima o poi, non potrete fare a meno di chiedervi come andrà a finire.

Di sicuro ci siete passati, e stasera, per l’ennesima volta, ci sono passato pure io.

Ho salutato, almeno per ora, le corsie ospedaliere del sagace Dottor Gregory House, in attesa che le prossime peregrinazioni in DVD mi portino a scoprire, appunto, cosa succederà nella terza stagione.

Eppure, se c’è qualcosa di ancor più grandioso in questa architettura sottile e insieme solida, sicuramente è la capacità di provare a darti qualche spunto, spesso involontario, per riflettere su quel che ti accade ogni giorno, fuori dagli sche(r)mi catodici, persino quando ti trovi davanti ad una puntata letteralmente schizofrenica come quella che conclude la seconda stagione del telefilm.

Ero a bordo della carrozza pendolare che mi avrebbe riportato a casa, tentennando fra gli spaghi metallici della ferrovia, quando,  a un certo punto, si è affiancato qualcosa di inatteso.

Viaggiavamo proprio su due binari paralleli, quelli che, come vi avrò già detto da qualche altra parte, non si incontrano mai se non all’infinito: il bello è che, a pochi metri dal mio finestrino, c’era un ricordo vivo della mia infanzia.

Una ventina di primavere fa, meno basette e qualche sogno in più, un mio caro amico macchinista mi aveva permesso di tirare una di quelle leve pesantissime che, con una manciata di polvere magica, riescono a smuovere interi vagoni.

Certo, oggi quella leva sarebbe stata molto più facile da tirare, e magari non mi sarei stupito più di tanto del suo effetto…Ma quella leva era lì, davanti a me. Perchè quel treno che sferragliava vicino al mio finestrino era lo stesso di venti anni fa, un singhiozzante trasporto locale che ha fatto il suo tempo.

E, nel ventre di quella balena dalle vaghe reminiscenze infantili, c’erano tanti volti, tante espressioni, tanti pensieri, forse tanti destini.

Non avevo mai incontrato nessuno di loro, e forse mai lo incrocerò.

Ma, un po’ come il Dottor House, avevo scovato qualcosa di mio persino in quelle divergenze parallele.

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