la terra trema.

6 04 2009
03:45 Forte scossa di terremoto avveritita a Roma

Una forte scossa sismica è stata avvertita poco dopo le 3.30 di questa notte nella Capitale.

03:50 Forte scossa avvertita in Abruzzo

Anche in Abruzzo, da Pescara a L’Aquila, è stata avvertita in nottata una forte scossa, che ha fatto seguito a quelle di ieri sera, di magnitudo 3,9 e alla replica avvenuta dopo la mezzanotte di magnitudo 3,5.

Inizia così il dramma che oggi ha fermato un’intera nazione.
Tante le domande, altrettante le risposte insolute.
Dolore, speranze, incertezze.
Si sentono storie che mai avremmo creduto di incrociare, e ci si sente fratelli di estranei.
Forse ci si sente un po’ più soli, un po’ più confusi, un po’ più persi.
E forse è più difficile vedere la luce.
Qualcuno potrebbe dire che qui dio non c’è, e uso la minuscola non per caso.
Oggi sono andato a confessarmi, e non perchè mi stia domandato se dio ci sia oppure no…Ne sentivo semplicemente il bisogno.
Perchè spesso ci si perde davvero in mezzo alle cose, invece che in mezzo alle case, in mezzo alle persone, in mezzo alle reti del vissuto.
E quando ci si sveglia, come in questi casi, ci si rende conto di avere scavato buche di sabbia per poi riempirle di nuovo, con buona pace di John Maynard Keynes.
Vorrei provare a sentirmi vicino a tutte quelle persone che ora si sentono alle deriva:  ci si cala nell’abisso, ma anche quella è casa nostra.
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una storia da raccontare

6 04 2009

Un mese e mezzo.

E tanti, troppi motivi.

Qualche strada abbandonata, qualche altro sentiero solcato.

E si torna nella breccia. Come e più di prima.

Voglio condividere con voi questa lettera che ho scritto a tutti i ragazzi che hanno partecipato ai laboratori di cinema sui modelli narrativi del racconto: si tratta di un’introduzione che ho scritto oggi pomeriggio, quasi di getto, di fronte all’immane tragedia di centinaia di vite appese a un filo.

Arezzo, 6 Aprile 2009

Carissimi ragazzi,

vi scrivo questa manciata di righe come anticamera al racconto della grande avventura che abbiamo vissuto assieme, e non posso lasciare scorrere la drammatica evidenza delle notizie che stanno scorrendo proprio adesso sulla mia tv, sullo schermo del mio computer, dalle casse della mia audio e dalle tante voci di amici e familiari che mi circondano.

Ricordo nettamente cosa accadde undici anni fa, quando stavate sbocciando alla vita di questo mondo, lungo quell’autostrada che mi avrebbe portato ad affrontare un periodo difficile ed aspro della mia adolescenza: la mia colonna vertebrale era diversa da tutte le altre, perché accusava problemi genetici dovuti ad una doppia scoliosi quasi incurabile. Per cinque anni ho dovuto convivere, giorno dopo giorno, con un busto ortopedico in vetroresina: immaginatevi un’armatura di plastica abbastanza lunga da percorrere la distanza dal mento alle anche e fasciatevela strettissima intorno alla vita, potreste rendervi conto delle condizioni in cui ho versato.

Ma non sono qui per raccontarvi un’altra storia – giusto per restare in tema con i nostri laboratori –, non fosse altro che quella storia si è conclusa nel migliore dei modi, e porto sempre con me le gioie ed i dolori di quegli anni preziosi: vi stavo descrivendo fra le righe quel che accadde in mezzo ad un’autostrada, qualcosa che mai avrei creduto.

Un sussulto, un’altra scossa e qualcosa che trema in lontananza.

Poi, il silenzio.

Mio padre si sintonizzò sul primo radiogiornale disponibile: un terremoto terrificante aveva colpito la regione dell’Umbria, mettendo in ginocchio decine di paesi e migliaia di vite.

Oggi, a undici anni di distanza, un sisma drammatico mi ha ricordato tutto quel dolore, tutta quella fatica, tutto quel dramma che solcava le rughe dei più anziani e le mani dei più giovani.

Oggi, qualcuno di quegli anziani non c’è più, e qualcuno di quei giovani è cresciuto con il ricordo di una tragedia disastrosa.

Oggi, altre rughe ed altre mani tornano a scavare.

E oggi mia mamma compie quarantotto anni, lei che ora sta vedendo in silenzio decine di famiglie distrutte.

Che siate credenti o meno, sono certo che farete vostro il tesoro della condivisione: tantissimi vostri coetanei si sono trovati d’un tratto senza nessuna storia da raccontare, se non quella che ha visto sgretolare il loro tetto.

Vi porto con me nei gesti e nei pensieri, nei colloqui con i professori di Università e durante le mie lezioni.

Spero vivamente di potervi ritrovare il prossimo anno assieme ai vostri straordinari professori.

Vi saluto di cuore, e con voi tutte le vostre famiglie, i vostri amici e anche coloro che non vi stanno troppo simpatici.

Perché anche loro, di certo, hanno una storia da raccontarvi.

Fraternamente,

Giovanni





duecentocinquanta volte primavera

21 02 2009

Fermati, mondo.

O almeno si prova a vederlo rallentare, perché certe volte il corso rutilante degli eventi si concede qualche balzo più lungo del solito.

E così ci si rende conto di aver visto una nuova alba ed un nuovo tramonto.

Ma non può essere tutto qui. Vero, c’è del miracoloso a capire fino in fondo che, nonostante tutto, questo pianeta è ancora baciato da una stella.

Si dovrebbe vivere delle cose piccole, di ciò che spesso sparisce nell’invisibilità del già visto.

Mi domandavo cosa mai sarebbe accaduto sette anni fa, quando, dopo un’adolescenza agrodolce, mi avvicendavo tra le grandi terre inesplorate della maggiore età.

E’ andata a finire che solo allora  mi accorsi di uno strano postulato dell’essere umano: l’esistenza del piano inclinato.

Trattasi di una delle poche macchine esistenti in natura ancor prima che l’uomo si ingegnasse per inventare la ruota, e ho sempre avuto l’impressione che quel parapendio scosceso non fosse destinato ad avere una fine.

Ci si ritrova a rincorrere opportunità, a saltare su treni che forse non passeranno più, a concatenare prove ed incognite…E ci si ritrova a sette anni di distanza senza nemmeno accorgersene.

O, magari, qualcosa è cambiato.

Tutto cambia perché tutto resti com’è, chiosava Il Gattopardo: in realtà penso che ogni giorno debba essere vissuto pienamente nell’ottica densa del continuo divenire, ma anche il fiume più lungo del mondo ha il suo alveo, dove tutto sempre scorre.

Nel letto di quel fiume, che non conosce alba e tramonto, ci sono i volti a me più cari: i riflessi nitidi degli amici e dei parenti, dei fratelli ideali e dei compagni fidati, di chi vuole mettercela tutta e di chi nutre sempre una stima incondizionata verso il prossimo, di chi ti fa vivere i ricordi dei tempi andati e di chi punta il dito verso l’orizzonte, degli ultimi arrivati e di chi ha speso una vita a farti capire che tutto vale davvero, delle guide e dei naviganti, di chi tiene il passo e di chi sa quanto conti passare il testimone…e di tanti altri ancora.

Alla mia amata famiglia e al dono prezioso dei legami umani voglio fare un regalo proprio oggi, a venticinque anni di distanza da quando sono arrivato qua, terzo pianeta di quel sistema solare baciato da una stella all’alba e al tramonto.

Voglio regalare a tutti voi, indistintamente, il giorno più bello che possa immaginarsi un bambino.

Perché non c’è miglior regalo di chi vive insieme a te la gioia di duecentocinquanta primavere, le stesse che, sbadatamente, mio nonno mi ha dato per farmi gli auguri per un buon quarto di secolo.

Se riuscirò ad arrivare a quel quarto di millennio, e a vedermi davvero duecentocinquanta primavere, mi ricorderò sempre che esisterà il giorno perfetto: quello passato insieme a tutti voi.

tratto da A.I INTELLIGENZA ARTIFICIALE (2001, S. Spielberg)





lassù

14 02 2009

Provate ad alzare il naso e ad incrociare le traiettorie impossibili che sovrastano le vostre teste.

Non è difficile…Forse ce ne siamo dimenticati, ma una delle prime cose (parlo proprio di cose fisiche, tangibili, quelle che sbattono contro il muro dell’evidenza e continuano a rimbalzare) in grado di stupire l’essere umano è stata la volta celeste.

Vero, qualcuno potrebbe obiettare dicendo che le stelle non sono poi la cosa più materiale che esista, almeno non dal nostro sguardo infinitesimale…Ma chi vi ha detto questo, magari, si è pure scordato il senso profondo dei sogni.

Trecentosessantasei giorni fa avevo vissuto da qualche ora la meraviglia, il divertimento, l’emozione e il sapore di condividere una tesi di laurea con tanti compagni di viaggio: sapevo che lì non sarebbe finito o iniziato chissà cosa.

Era giusto così: la vita è fatta di tra.

Ci si deve immergere nell’apnea rarefatta delle incidenze e delle divergenze, e poi andare oltre, continuando a sognare quei mondi lontani.

Ho sempre creduto che questo Universo, culla abissale di luce ed oscurità, non possa avere la forma terrestre.

Insomma, non ha senso che l’umanità abbia l’esclusiva sull’ordine stesso delle cose.

Mi ricordo con grande piacere Giovanni Paolo II che, in uno dei suoi discorsi meno frequentati dalla sfera cattolica, affermò la massima espansione dell’amore divino nella natura intrinseca del cosmo: Dio c’è (e qualcuno potrebbe dirvi di averne pure le prove), e anche secondo me non si è fermato alla Terra.

Fra quelle stelle ci deve essere qualcosa: che abbia le orecchie a punta o la forma volatile di un gas intelligente, io ci credo.

E negli anni più difficili di questi, quelli in cui ho dovuto convivere ogni giorno con una doppia scoliosi genetica al limite della curabilità, ho trovato uno dei tanti appigli che ti fanno aspettare la prossima marea con la curiosità di sapere se ti porterà mai qualcosa.

Ricordo quella fresca mattina di aprile, preludio all’ennesima versione in classe di greco: avevo riportato da qualche giorno al mio caro amico Adriano Spataffi il confanetto con l’indimenticabile Trilogia Classica di GUERRE STELLARI, una perla rara nel panorama cinematografico…Eppure non mi sarei mai aspettato un secondo amore a prima vista.

RaiDue si prodigava, in quelle settimane, a trasmettere senza reale ordine logico le puntate di una strana serie televisiva, dove c’erano alieni, astronavi, uniformi, speranze, paure, sorrisi, delusioni…Ben poco sapevo allora di STAR TREK.

Sono passati dieci anni esatti da quella data.

Un anno soltanto dalla mia tesi di laurea.

C’è tanto negli incroci di una persona, me ne sono convinto col tempo che passa.

Perchè, alla fine, perdere tempo tra Vulcaniani e navi stellari chiamate Enterprise?

Non saprei darvi una risposta netta, squadrata e geometricamente credibile a questo vezzo dell’alchimia, ma io ci sono ancora dentro, e so che c’è tutto il resto del mondo.

C’è la consapevolezza di vivere le metafore dei nostri giorni, i dissidi e le convinzioni del nostro prossimo, le mancanze e le attitudini del genere umano.

C’è quel senso della giusta distanza in grado di portarti nelle vette più alte del cosmo e nelle profondità dell’animo mortale.

C’è tanto, di sicuro non c’è tutto…Ma, in fondo, a me basta andare lassù, anche col pensiero.

Lassù, fra le stelle.





apologia del fuori fuoco

13 02 2009

Chiedo umilmente venia a chi ha incrociato questo blog nei giorni precedenti, trovando latitanti gli abituali articoletti quotidiani, trascurando anche le attività collaterali della blogosfera che mi impegnerò a recuperare.

Purtroppo le mie condizioni fisiche mi hanno preso in contropiede, e mi sono ritrovato con una sinusite tremenda che ha ceduto il passo ad una giornata campale di febbre.

Tutto scorre, in ogni caso: lo diceva Eraclito, ed io ci credo anche oggi.

Giornate di grandi soddisfazioni, in ogni caso: su tutte, i piacevoli e curiosi commenti dei ragazzi delle scuole medie che sto incontrando nei laboratori di cinema che stiamo realizzando sui modelli narrativi di un racconto: questi figlioli di dodici e tredici anni si sono furbescamente insinuati nell’ultimo articolo pubblicato, e non hanno esitato a dire la loro.

Bravi!

Ed anche io ho una storia, breve brevissima, da raccontarvi. Una di quelle storie che rendono vitale qualcosa di apparentemente banale, come due lenti smussate che spingo di tanto in tanto sul bordo del mio naso.

Sarà stata la febbre, la sinusite, il tempo che cambia, la mezza stagione che non c’è più…Ma l’altra sera, quando credevo che l’ennesimo colpo di tosse mi avrebbe steso al tappeto, ho segnato un autogol clamoroso.

Ho spaccato la montatura dei miei occhiali.

Anzi, peggio: mi sono ritrovato le due metà esatte del telaio fra le mani, mentre cercavo di lucidare le lenti affaticate dalle ore passate sopra un progetto di sceneggiatura multimediale.

Panico. Sgomento.

Ed ora?

Dovete sapere che io ho una dipendenza estrema, ai limiti dell’assurdo, per quella manciata di grammi di plastica trasparente che porto con me dal mattino a notte fonda: sono lo specchio del mondo, il fulcro catalizzatore della concretezza, la forma definita di quel che, altrimenti, sarebbe un ammasso di contorni poco definiti.

Insomma, ben presto mi sono ritrovato ad indossare giocoforza un paio di occhiali da sole graduati che tengo da parte giusto per le emergenze…E ho detto tutto.

Ma in quelle ore di disagio – poca cosa, se guardo a quel che succede davvero in questo strano pianeta -, mi sono reso conto che bisognerebbe dare maggior rilievo a quel che ci circonda, alle persone che ci passano accanto, ai pensieri che fluttuano davanti ai nostri occhi senza nemmeno accorgercene.

Certo, è una storia a lieto fine: nuova montatura, stesse lenti, equilibrio ristabilito.

Eppure restava l’ombra di quelle riflessioni serali, quando, tra una puntata di CSI: MIAMI ed un paio di schermate digitali, tutto era ancora più scuro di quelle lenti graduate da sole.

Per stasera, signori miei, niente video.

Vorrei tornare a guardare il mondo.

Ma se siete alla ricerca di qualcosa di insolito, vi offro il poker di filmati sul mio vodpod: c’è una parte della mia adolescenza, in quei fotogrammi futuribili.

Ma questa è davvero un’altra storia…La prossima volta non mancherà di raccontarvela.

La prossima volta, mi raccomando.





corridoio

3 02 2009

Stamattina ho sostenuto il primo esame del nuovo corso di studi che, da qualche mese a questa parte, accompagna le mie peregrinazioni pendolari tra Arezzo e Firenze.

E’ come la risultante inaspettata del moto oscillatorio: insomma, così si riesce persino a dare un senso ai drammatici ritardi esponenziali di Trenitalia.

Ma non basterebbe questo, e di certo non vi parlerò di risultati numerici categorizzati nella riga definita del mio libretto universitario: no, quell’esame mi ha dato molto di più.

Mi ha fatto capire, con una energia sottesa e vivace, che a questo mondo non si può restare da soli in un corridoio.

Perchè per ben tre anni e mezzo ho dovuto convivere con la certezza, più o meno radicata, che questa babele accademica debba essere scalata in qualunque modo pur di arrivare in cima, e, sebbene non sia di certo fautore di chissà quale evoluzionismo studentesco, mi son reso conto, giorno dopo giorno, che non poteva esserci tempo per altro.

Si è in qualche modo costretti, vincolati, o almeno convinti a farsene una ragione: la giungla della Facoltà di Lettere non è un paese per chi vuole punti fermi. C’è da aggrapparsi, scivolare, riprendersi, sostenersi e poi da ripetere tutto questo, esame dopo esame, verbale dopo verbale, corso dopo corso, fino a quella firma finale, con tanto di numero annesso, che certifica la tua preparazione.

Ma cosa vuol dire per davvero?

Non credo di potermi mai sentire arrivato, perchè sarebbe una contraddizione in termini nella crescita umana.

Ma oggi credo di aver capito qualcosa di vero: in quel corridoio non ero più solo, perchè chi mi circondava poteva finalmente dare un senso pieno e vissuto a tutto il resto.

E quando mi sono ritrovato fuori dall’aula d’esame, non ho avuto più dubbi.

Tutto questo è dedicato ai miei cari amici comunikattivi, compagni di viaggio fedeli e scanzonati. Mi sono sentito accolto, accettato, contraccambiato ogni giorno passato a lezione.

E’ giunto il tempo di ricambiare, e lo faccio accettando la loro richiesta di candidarmi a responsabile del Corso di Laurea.

Non lo faccio per la gloria.

Non lo faccio per chissà quale interesse materiale.

Non lo faccio per combattere faticosamente a spada tratta ed affrontare questo mondo con spavalderia.

Lo faccio semplicemente per amore del prossimo, per la fraternità del vivere insieme, per il silenzio giocoso di quel corridoio.

Grazie di cuore, a voi e a tutte le vostre famiglie. Siete speciali.

Ultimo, ma non ultimo, un frammento di poesia.

tratto da La Leggenda del Pianista sull’Oceano (1998, G. Tornatore)





duecento+uno

31 01 2009

Almeno ci ho provato.

Mi chiedevo se anche stavolta sarebbero bastate quelle duecento parole che ho dedicato alla manciata di Blogoincarichi che mi ha accompagnato per ognuna delle settimane trascorse dal varo di queste pagine digitali.

Duecento parole, ognuna con una sua eredità ed un suo testimone da lasciare.

No, di questo ero sicuro: ci voleva qualcosa di più, eccome.

Eppure, sarebbe bastata una sola parola fra quelle duecento per donare un senso nuovo a ciò che ci è più caro.

In quella parola c’è chi ha avuto finora la passione, e forse la pazienza, di navigare con me.

C’è chi mi ha guidato nella scoperta quotidiana dell’altro.

C’è chi mi ha fatto capire le cose semplici e sentite di questo piccolo, grande, immenso universo di zero ed uno.

C’è chi ha dato e ha ricevuto, e non si è fermato lì.

C’è chi mi ha aperto un senso nuovo, reale, concreto, umano e vissuto della condivisione.

C’è chi mi ha fatto sentire il sapore dei pensieri degli altri.

C’è chi mi ha portato a vedere la frontiera di mondi sconosciuti.

C’è chi mi ha suggerito strade meno solcate, ma il panorama valeva il prezzo del biglietto.

C’è chi ha saputo dare una forma unica ed irripetibile ai propri sogni.

C’è chi continuerà ad accompagnarmi in questo grande viaggio, che inizia soltanto adesso.

A tutte queste persone, al Professor Formiconi, agli amici della Blogosfera comunikattiva, ai miei familiari, ai miei amici vicini e lontani, ai destini incrociati e a quelli mai sfiorati dedico il viaggio che ho visto da un futuro che potrebbe essere bello quanto il presente.

Per il resto, signori miei, ci sono duecento parole più una.